Provocatorio come titolo, lo ammetto. E ironico, perché apparentemente capovolge il senso comune: ciò che di più distante si possa immaginare dall’essere fascisti è proprio – nella narrazione pubblica dominante – l’essere di sinistra. Eppure è proprio da questa riflessione rovesciata che parte questa analisi, non per insultare o dividere, ma per interrogarsi su un fenomeno che appare sempre più evidente nel dibattito pubblico dei nostri tempi.

Quando diciamo “fascismo”, pensiamo subito alle camicie nere, alla dittatura, alla soppressione sistematica di ogni opposizione. Ma se guardiamo alle dinamiche delle opinioni, del confronto e del dissenso nella società attuale, ci accorgiamo che l’ostilità verso opinioni diverse – e la pretesa di cancellarle o impedirle – non appartiene esclusivamente (o neanche principalmente) alla destra tradizionale: talvolta sembra radicarsi proprio in certi ambienti che si autodefiniscono progressisti, liberali o di sinistra.

E questa non è una semplice provocazione dialettica: è qualcosa che si vede nelle piazze, nei campus, nei media e nelle strade.

La sinistra contemporanea, e in particolare le sue frange più radicali, spesso agisce con una sorta di rigidità morale che non ammette dissenso. Il vecchio concetto dell’intellighenzia comunista anni Settanta, con la sua aura di superiorità morale e infallibilità, non è scomparso: si è trasformato e trasferito nelle nuove generazioni di attivisti. Quella stessa idea secondo cui la verità politica è una sola, e chi la contraddice è automaticamente un nemico, non è diversa – nella sua logica sottostante – dall’autoritarismo che tanto si dice di voler combattere.

E così, nel nome della “giustizia sociale”, si arriva a considerare illegittime le opinioni diverse. Non si tratta semplicemente di disaccordo o critica: si tratta di negare il diritto di parola, di impedire che altri possano esprimersi.

È ciò che accade quando un convegno con relatori ritenuti “sbagliati” viene interrotto da contestatori, quando un gazebo elettorale viene assaltato, o quando una sede di un partito viene vandalizzata. Questi non sono semplici episodi di protesta: sono tentativi di silenziare il dissenso. Non importa se si tratti di attivisti antifascisti, gruppi di estrema sinistra o studenti: il meccanismo psicologico è quello di chi ritiene la propria causa così giusta da essere l’unica possibile, e tutto il resto una minaccia da annientare.

In Italia, negli ultimi mesi, questa tensione ha assunto forme molto concrete. Nel novembre 2025, durante una grande manifestazione pro-Palestina a Torino, proteste di estrema sinistra hanno portato alla vandalizzazione degli uffici del quotidiano La Stampa, con conseguente sgombero del centro sociale Askatasuna, identificato dalle autorità come base di attivisti radicali e violenti. In seguito, scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine hanno nuovamente scosso la città nella successiva ondata di proteste di gennaio 2026. Fonte

In un episodio di inizio gennaio 2026, un gruppo di giovani della sinistra radicale ha aggredito con barre di ferro membri della giovanile di Fratelli d’Italia mentre questi affiggevano manifesti commemorativi dell’anniversario di un evento storico degli anni Settanta, creando un clima di forte tensione politica e sociale. Fonte

Se volessimo guardare al passato recente e remoto, la storia italiana è segnata da una memoria dolorosa di estremismi che non può essere ignorata. Negli anni di piombo, gruppi come le Brigate Rosse, espressione radicale della sinistra armata, compirono sequestri, attentati e omicidi – tra cui la tragica uccisione dell’ex primo ministro Aldo Moro – segnando il paese per anni e contribuendo a un clima di paura generalizzata. Fonte

E queste non sono narrazioni di parte: sono dati storici incontestabili che mostrano quanto l’uso della violenza politica non sia esclusiva di un’area ideologica o dell’altra, ma nasca in diversi momenti da forme estreme di pensiero. È per questo che la memoria storica italiana oggi è così sensibile a ogni forma di radicalismo autoritario.

Guardando ai dati, è importante capire che non esiste una banca dati ufficiale che conti in modo esaustivo tutti gli episodi di violenza politica in Italia per periodo recente; e quando si parla di statistiche storiche, come quelle sugli anni di piombo, esse mostrano che oltre 5.300 eventi di violenza politica sono avvenuti tra il 1969 e il 1988, con centinaia di morti e migliaia di feriti nel solo arco di quegli anni. Fonte

Tornando all’oggi, la questione non è numerica, ma culturale. Nel linguaggio politico contemporaneo, ogni opinione contraria a una ideologia progressista viene spesso bollata come fascista o pericolosa. Questa etichettatura non è neutrale: è un modo per escludere dal dibattito chi la pensa diversamente, per delegittimarlo agli occhi della società, per negargli la dignità di interlocutore. È un meccanismo che somiglia molto – nei suoi effetti – a quel che avviene in regimi autoritari, dove la polizia del pensiero decide quali idee sono accettabili e quali no.

E qui arriviamo forse al cuore della riflessione: non è la destra che oggi, nella maggior parte dei casi, cerca di impedire il confronto. È chi si proclama “progressista” e “aperto” che, paradossalmente, costruisce muri invalicabili intorno alle proprie convinzioni, rifiutando il dialogo con chi la pensa diversamente. Non cerca di vincere argomentando, ma di vincere cancellando. E questa è una forma di intolleranza che poco ha a che vedere con il libero pensiero che dovrebbe animare una società democratica.

Nel frattempo, nelle cronache più recenti dell’Europa vicina, una vicenda francese ha sbattuto in prima pagina questa contraddizione: l’uccisione di un giovane attivista di destra a Lione durante uno scontro con gruppi antifascisti ha portato alla condanna trasversale da parte delle autorità e all’annuncio di una revisione delle politiche nei confronti dei gruppi estremisti. Fonte

Ora, vorrei essere chiaro su una cosa: siamo tutti concordi sul fatto che il fascismo storico, quello del Ventennio, sia stato un male assoluto. Non esiste alcun confronto tra un dibattito acceso o una protesta civile e le atrocità di un regime totalitario. Ed è assolutamente giusto condannare con forza qualsiasi ritorno di ideologie totalitarie. Ma allora dobbiamo chiederci: ha ancora senso usare la parola “fascista” come sinonimo di ogni idea che non ci piace? Non rischiamo di svuotare di significato il termine, trasformandolo in uno strumento retorico per delegittimare l’avversario anziché per definire un concetto storico e politico ben preciso?

Quando etichettare una persona o una posizione come fascista diventa un modo per eliminarla dal dibattito pubblico, non stiamo forse abbracciando l’idea che esista una sola verità legittima? Non stiamo forse comportandoci, pur con motivazioni opposte, come se solo una visione del mondo fosse degna di essere ascoltata e tutte le altre fossero da reprimere?

Ed è qui che, paradossalmente, potremmo trovarci di fronte a una nuova forma di autoritarismo mentale: non più sancito da leggi o camicie nere, ma da una cultura dell’intolleranza che rifiuta il dissenso, impedisce il dialogo e ostacola la libertà di parola sotto il pretesto della purezza ideologica.

Se vogliamo davvero difendere la democrazia, se desideriamo una società in cui ciascuno possa esprimersi liberamente e confrontarsi senza timore di essere cancellato, allora dobbiamo prima di tutto riconoscere la dignità delle idee avverse, e non trattarle come nemici da sconfiggere a ogni costo. Anche quando non le condividiamo.

E forse, soltanto forse, questo è ciò che significa davvero essere antifascisti oggi: non solo rifiutare il fascismo storico, ma impedire che ogni forma di pensiero unico o di censura del dissenso si insinui nella nostra cultura e nel nostro vivere civile.


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